Società

Presentato oggi a Milano, ‘Faccio quello che voglio’ è nuovo singolo di Fabio Rovazzi, in uscita il 13 luglio 2018 per Universal Music Italy. ‘Faccio quello che voglio’ spiega Rovazzi a Il Mattino di Padova  ‘è sicuramente un controsenso’. Molte le star presenti nel videoclip del nuovo singolo tra cui Carlo Cracco, Diletta Leotta, Massimo Boldi e Gianni Morandi, già protagonista del precedente successo di Rovazzi “Volare”.

Ecco il testo della canzone:

Ho tutto in una borsa,

lo so l’ho fatta grossa,

 aspè vado di corsa,

è tutto un copia-incolla,

la gente che mi trolla,

sparisco tra la folla

 

potrei ballare come bolle,

cantare di felicità,

fare gli incassi di Zalone,

e invece sono ancora qua

 e cerco un posto fresco

e prendo qualche abilità

nei limiti della legalità…

 

faccio quello che voglio,

faccio quello che mi va,

quest’estate sono fuori controllo

e del testo tanto non ne ho bisogno

perchè con questa voce qua…

pa pa para pa

 

vado e parto in quarta,

e sfuggo dal mio karma,

uno stato che mi esalta,

 ho voglia di staccare,

dall’ansia generale,

tuffarmi dentro il mare,

 

non ti devi preoccupare mamma

sto decollando devo spegnere

ti chiamo dopo devi stare calma

 tanto sono su una panda

 

non ti aspettavi questa nuova canzone

e ti darò un finale contro ogni previsione

ma non sono l’eroe delle tue solite storie

e sono contrario a tutti gli spoiler

 

faccio quello che voglio,

faccio quello che mi va,

quest’estate sono fuori controllo

e del testo tanto non ne ho bisogno

perchè con questa voce qua…

pa pa para pa

attirati dal male,

l’onestà non ha budget

tutto ciò che è vietato

ci piace

 

facciamo dei modelli sbagliati la normalità

quindici minuti di celebrità

con questa voce qua.

“Aiutateci ad arrivare a diecimila followers,fate uno screen della nostra pagina pubblicate la foto e taggateci. I primi diecimila riceveranno un buono da 90€”.  Sono centinaia i profili falsi su Instagram, creati nelle ultime ore, che promettono in regalo buoni da 90,100 e anche 150 euro ai primi diecimila utenti che faranno uno screenshot alla pagina e li taggheranno all’interno delle loro storie. Un omaggio allettante, che in poche ore ha creato una catena di Sant’Antonio tra gli adolescenti di tutta Italia, creando una vera e propria epidemia di pagine false sul popolare social network delle foto, intestati a grandi marchi e aziende di abbigliamento popolari tra i giovani: “FootLocker, Zara e Adidas. Ma anche McDonalds e altri multinazionali.

L’azienda che è stata presa più di mira è stata FootLocker, che ha visto in poche ore nascere decine di fantomatiche pagine ufficiali italiane (“Footlocker Italia, Footlocker_Italiano, footlockerofficialitalian”) i quali promettono buoni in cambio di uno screenshot e di un tag. I neonati profili hanno collezionato in poche ore moltissimi like e tag, oltre a decine di migliaia di follower.

Nel portale web della Biblioteca Nazionale la voce “Volontariato” rientra nella sezione delle Attività Formative. E’ da lì che tutto comincia. Gli aspiranti candidati vengono rimandati ad un modulo da compilare e da consegnare poi alla direzione. “Il volontariato” scrivono “è rivolto a quanti siano interessati a conoscere le diverse attività lavorative in Biblioteca, dai servizi al pubblico (accoglienza, prestito, informazioni bibliografiche, assistenza al pubblico) alle attività di catalogazione e soggettazione.

Attività che, nella biblioteca più grande del nostro Paese, hanno impegnato i volontari più a lungo di quanto si pensasse.  Non per i classici 6 mesi, ma per anni. Per meglio dire la Biblioteca fa affidamento su di loro per lo svolgimento degli ordinari servizi, in cambio un “rimborso spese” di 400 euro al mese, che possono chiedere solamente presentando scontrini (da qui il nome che si sono dati, scontrinisti). E non tutti hanno la fortuna di avere a che fare con i libri: c’è chi si ritrova fuori nei parcheggi a fare i biglietti per le auto. Il casello di entrata infatti è fuori uso.

Oggi però scendono in campo, perché quel posto lo stanno perdendo. I nuovi arrivi del Servizio Civile infatti mettono fine alla loro “collaborazione”, per una manodopera retribuita la stessa identica miseria, circa 433 euro al mese. Dal 30 giugno, nuovi aspiranti volontari, questa volta parte di un progetto ancora più grande, varcheranno i grandi portoni della BNC. Dal ministero, fanno sapere coloro che stanno perdendo il posto, è già arrivata una “nota di riflessione” sui costi delle convenzioni.

Alcuni di loro non vogliono esporsi, dicono di essere stati minacciati. Nella lettera di denuncia, pubblicata dal gruppo riunito su Facebook si legge: “Lavoriamo quattro ore al giorno, cinque giorni su sette, e, in vista delle festività invernali ed estive, dobbiamo presentare una richiesta ferie per assentarci. È evidente che la biblioteca fa affidamento su di noi per lo svolgimento dei servizi.”  Anche loro fanno parte, d’altra parte, di quella generazione detta “300 euro al mese”, ma a spremerli per bene non c’è un privato, nè un “padrino”, bensì un ente pubblico, il ministero stesso.

 

 

È polemica sul web per il post pubblicato da Luigi di Maio sulla sua pagina Facebook, nel quale il Vicepresidente della Camera ha condiviso parte di un’intervista al Procuratore aggiunto di Messina Sebastiano Ardita.  Commentando il video del procuratore Ardita, Di Maio si è schierato contro il “bell’affare” del mercato unico europeo affermando che l’Italia ha importato dalla Romania il 40% dei criminali. Nel post incriminato la Romania viene anche accusata di stare importando capitali e imprese italiane.

«Siccome in Italia la politica non ha mai voluto far funzionare la giustizia, anzi molto spesso l’ha sabotata volutamente, noi stiamo attraendo delinquenti, mentre le nostre imprese scappano dove i sistemi giudiziari sono più efficienti: come in Romania!»

Immediata l’indignazione dei cittadini romeni residenti in Italia che hanno risposto alle affermazioni di Di Maio ricordandogli che c’è un grande numero di romeni in Italia che paga le tasse e che si comporta onestamente. Alle polemiche è seguito poi un ulteriore post su Facebook dove il Vicepresidente della Camera difende le sue affermazioni, sottolineando che il fatto che il 40% dei criminali romeni si trovi in Italia sia opinabile in quanto dichiarato nel 2009 dall’allora ministro romeno della Giustizia Catalin Predoiu.

Da alcune settimane associazioni per i diritti civili russe denunciano il peggioramento delle condizioni dei cittadini gay nella Repubblica Russa della Cecenia. Gli attivisti hanno parlato di una vera e propria campagna di persecuzione, che includerebbe arresti, violenze fisiche e morali nei confronti delle persone omosessuali. Tali denunce parlano anche dell’introduzione di alcuni “campi di rieducazione”, ex-caserme militari nel quale sarebbero stati internati non solo omosessuali ma anche tutti coloro che presentano “orientamento sessuale sospetto”. Di questi campi ne è stato individuato finora uno, nella località di Argun, all’interno del quale sarebbero detenute numerose persone, circa 100 secondo l’Indipendent.

Nella foto Ramzan Kadyrav
Nella foto Ramzan Kadyrav

A confermare quanto riportato dalle associazioni russe è stato il giornale Novaya Gazeta, il quale ha rivelato che ci sarebbero già tre vittime di quella che l’Huffington Post ha soprannominato Gay crisis. Secondo alcune testimonianze, le forze di polizia agiscono fermando persone e sequestrando il telefonino, per mezzo del quale si ricavano informazioni utili a perseguire chi presenta comportamenti devianti o sospetti.

Da Mosca intanto non è arrivata alcuna reazione ufficiale, mentre in Cecenia è già nota la posizione del governo locale. Il portavoce del governo Dmitry Peskov aveva riferito sulla questione sostenendo che “in Cecenia non ci sono omosessuali”. I media americani fanno notare che Ramzan Kadyrov, il presidente della Repubblica Russa della Cecenia, è noto per degli strani comportamenti come aver organizzato una competizione nella quale bambini di età compresa tra gli otto e i dieci anni, compresi i suoi figli, si affrontavano in un’arte marziale detta “lotta senza regole” molto popolare in Russia. Poco dopo che il campione MMA Fyodor Yemelyanenko aveva detto che una tale competizione era “inaccettabile” sua figlia sedicenne era stata aggredita e malmenata in una strada di Mosca.

 

 

Su Eva Klotz molte se ne sono dette. Leader del Süd-Tiroler Freiheit, il movimento politico per la libertà sudtirolese, e figlia di Georg Klotz, gregario dei BAS la Befreiungsausschuss Südtirol che esercitò la lotta armata contro lo Stato italiano negli anni ’60, la Klotz ha preso senza ombra di dubbio le ombre del padre e allo stesso modo ne segue la fede irredentista, che prevede di realizzare l’autodeterminazione del Sudtirolo, ovvero andare a referendum ed ottenere l’indipendenza.

In politica dal ’76, anno della morte del padre, nei primi anni ’80 decise di uscire dalle file del Südtiroler Volkspartei, che si era detto favorevole all’autonomia dell’Alto Adige all’interno del territorio italiano, un po’ come la Scozia per l’Inghilterra. E, in un certo senso, la più coerente è stata lei. Aderire alla linea del Südtiroler Volkspartei avrebbe voluto dire rientrare nei patti dell’accordo De Gasperi-Gruber in sostanza, cioè vedere il proprio Südtirol diviso tra mani italiane e austriache, con tanti saluti all’autodeterminazione.

Leben im Paradies

Eppure la storia, con il suo carico pesante, ci ha detto come sono andate le cose. Se essere italiani vuol dire condividere una cultura, una lingua, ideali e una speranza comune, la terra dell’Alto Adige italiana non lo è mai stata. Lo è diventata, invece. Poco dopo la Prima Guerra Mondiale, quando alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 l’Italia, che aveva vinto la guerra ed aveva occupato tutto il Tirolo fino ad Innsbruck, ottenne di estendere i suoi confini con la soluzione detta dello “spartiacque”, ovvero di includere tutta la zona al di qua delle Alpi.  La soluzione, che pure rientrava nelle logiche di guerra, non teneva conto del fatto che qualcuno abitava le zone annesse, e precisamente un popolo germanofono che di italiano non aveva né folklore, né cultura.

Durante il Fascismo i sudtirolesi furono costretti all’italianizzazione, ovvero all’abbandono della loro lingua madre, il tedesco, per l’italiano. Anche la loro cultura fu oppressa. Inoltre nomi e toponimi furono italianizzati, e fu meditata anche l’italianizzazione di tutti i cognomi. Con l’avvento del nazifascimo agli altoatesini venne presentata un’altrettanta scellerato proposta: la cosiddetta “Grande Opzione”. Nel 1939 infatti, per risolvere la contesa sull’Alto Adige, Italia e Germania si accordarono per proporre alla minoranza sudtirolese di abbandonare la propria terra e le proprie case per trasferirsi in Germania. Chi non lo avrebbe fatto si sarebbe dovuto adeguare all’italianizzazione.

Quello che segue negli anni successivi alla guerra, è il risveglio della coscienza del popolo sudtirolese, che già dopo la Conferenza di Potsdam, che assegna all’Italia l’Alto Adige, vede la fondazione del Südtiroler Volkspartei e l’affermazione del sentimento di autonomia. Tale sentimento ebbe il suo culmine tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, con la formazione del Befreiungsausschuss Südtirol, il Comitato per la Liberazione del Sudtirolo, il quale scelse la lotta armata per manifestare la volontà di autodeterminazione. Oggi, mentre gli organizzatori degli attentati sono considerati criminali in Italia, in Alto Adige  vengono da molti celebrati, nuove vie vengono a loro dedicate, e molti li considerano eroi e liberatori.

E da queste piccole cose si vede il contrasto tra italiani e altoatesini. Ogni tanto poi sul Brennero compare qualche bandiera rossa e bianca con una scritta campata al centro “Südtirol ist nicht Italien” (Il Sudtirolo non è italiano). Questa è diventata per molti una frase simbolo. E come darli torto. Potremmo forse noi italiani abituarci mai ad un dominio straniero. Non lo abbiamo fatto con gli austriaci. Non lo faremmo neanche oggi.

Di fatto la volontà di autodeterminazione del popolo sudtirolese va rispettata. Invece, sempre più spesso, se uno di loro, come Eva Klotz, fa dichiarazioni alla stampa o mette piede in televisione, viene spesso apostrofato e la sua voce diviene oggetto di scherno e di ilarità. Perfino trasmissioni politicamente orientate a sinistra come quelle di Santoro hanno attaccato in più occasioni la Klotz e Arno Kompatscher. Anche Il Fatto Quotidiano si è scatenato, in più articoli, contro di loro.

Eppure non è forse il desiderio di autonomia sudtirolese lecito? A pensarci, lo è seriamente, ed in un certo senso era anche prevedibile che lo fosse. Io, che in Alto Adige ci ho passato i migliori anni della mia infanzia, non posso scordare come fin da subito quella terra meravigliosa mi ha stupito, non tanto solo per la sua bellezza, ma anche per il fatto che benché fosse considerata Italia, in realtà non lo fosse per niente. Quando li senti parlare tedesco, scopri che tutti si chiamano Walter o Wolfgang e altri nomi simili di origine tedesca, dispiace pure parlargli in italiano. Ma rispondono in modo molto cordiale: sono gentili. Ci sono tre scritte per ogni cosa dovunque: italiano, tedesco e ladino. Ti domandi perché le debbano scrivere tutte e tre. E’ una mole di lavoro in più: a me sembra confondermi.

 

Fino a qualche tempo fa a Roma e in altri grandi centri molte scuole secondarie ospitavano migranti con un viaggio in mare e attraverso il deserto alle spalle. Non sempre erano uomini, spesso anche donne. I paesi d’origine erano quasi sempre quelli dell’Africa Centrale o Orientale: Sudan, Nigeria, Eritrea, Ciad. Taluni scappavano da condizioni estreme, come per esempio chi veniva dalla Somalia, mentre altri solamente da uno stato di povertà e di pressoché completa indigenza. Ma non venivano a raccontare questo ai ragazzi. Parlavano del loro viaggio, della fame, della sete, delle condizioni inumane a cui le carovane di migranti li sottoponevano, costretti a viaggi nel deserto ammassati tutti insieme sopra un vecchio camion, senza cibo nè acqua, percossi, violentati, nel corpo e nell’anima. Berlusconi e Gheddafi nel 2008Tanti poi arrivati in Libia erano stati fermati dalla polizia e dai militari. Berlusconi infatti aveva siglato nel 2008 patti con Gheddafi per la lotta all’immigrazione clandestina mascherati con fantastiche diciture quali “trattato di amicizia” o “patto di cooperazione”.

Quello che a molti di loro è toccato lo hanno detto con l’amaro in bocca. Portati dalle milizie armate nelle carceri sono sottoposti a un regime degradante, i militari abusano delle donne, i bambini guardano, chi si ribella viene pestato. Carceri-lager le chiamano. E ognuno rimarrà lì per un periodo di tempo indeterminato, solitamente qualche mese, dopodiché dovrà essere rimpatriato e nel frattempo, dice la legge libica, deve lavorare. I più fortunati corrompono le guardie. Alcuni per 600 euro riescono a fuggire dalle carceri e a ricongiungersi ai trafficanti per imbarcarsi verso l’Italia. Vice News se ne è occupato in documentario molto interessante dal titolo “Europe or die” (Europa o morte) e in Italia da molti anni associazioni come il Centro Astalli o il blog “Fortress Europe” (Fortezza Europa) si occupano delle vicende umane dei migranti, contribuendo a formare in questo senso  una vera e propria cultura dell’accoglienza.

Si è andati avanti in questo modo per un paio d’anni, dopo di che Gheddafi è caduto e la situazione in Libia è precipitata del caos. Ora c’è l’Isis, Serray, una giunta militare e non si sa quali e quanti altri presunti reggenti del paese. Lo scenario naturalmente è chiaro. La Libia non è un paese come l’Italia, e non è nemmeno un paese del terzo mondo. Non è proprio un paese, diciamo. Verrebbe dunque da domandarsi su quali basi il presidente Gentiloni abbia siglato patti con Serray. In virtù di quali sicurezze l’Italia permetterà per suo conto a quanto mai misconosciute forze libiche di contrastare il traffico di esseri umani. E soprattutto, che fine faranno i migranti?

 

I credenti come i Re Magi hanno «nostalgia di Dio»  ma vanno alla ricerca di futuro. Sono «nostalgiosi». E’ questo il termine che ha destato curiosità dopo il discorso di Papa Francesco tenuto stamattina in occasione della festa dell’Epifania. L’aggettivo «nostalgioso», per quanto sia risultato comprensibile dalle parole del pontefice, non esiste in lingua italiana ma deriva molto probabilmente da un termine di uso popolare in Sudamerica, soprattutto dopo la canzone del cantautore Miguel Calderón, in arte Pelusa, “Nostalgioso corazón” uscita nel 2004 e molto nota in Argentina.

Senza volerlo Papa Francesco avrebbe quindi coniato un neologismo della lingua italiana. Vicenda che ricorda il caso del piccolo Matteo, il cui termine “petaloso” usato in un tema scolastico è stato poi adottato dall’Accademia della Crusca, diventato a tutti gli effetti una nuova parola.

Ha il sapore dell’inverosimile la lunga lettera di Luigi de Magistris a Roberto Saviano, condivisa dal sindaco partenopeo sulla sua pagina Facebook. Leggendola, si riconosce da subito tutta quella moltitudine di considerazioni che riassumono il pensiero di molti napoletani sull’autore di Gomorra, sotto scorta dal 2006, in merito al fatto di approfittare delle vicende di cronaca nera di Napoli per speculare sulla città e sui suoi cittadini, per scrivere libri e per far soldi.

A scrivere il tema stavolta però è il sindaco. De Magistris, al vertice dell’amministrazione del capoluogo campano dal 2011 ha già un mandato alle spalle e soprattutto una carriera da magistrato, che non gli ha impedito però di scrivere a Saviano una pesante e conturbante lettera dai toni paternali che qualcuno oserebbe definire perfino allusivi. «Caro Saviano» inizia così la lettera di De Magistris, che si attribuisce il merito di aver combattuto la mafia in prima linea e fino ai vertici dello stato. Secondo il sindaco Saviano aspetterebbe solo che a Napoli si spari per accrescere il proprio successo.

«Come fai a non sapere, a non renderti conto di quanto sia cambiata Napoli ? Ce lo dicono in tantissimi. Tutti riconoscono quanto stia cambiando la Città. Napoli ricca di umanità, di vitalità, di cultura, di turisti come mai nella sua storia, di commercio, di creatività, di movimenti giovanili…»

A questa sua considerazione sul cambiamento odierno della città, De Magistris sembra decisamente voler attaccare la figura dello scrittore, ponendoli di fronte il reale significato della sua lunga ramanzina.

«Caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? […] Vuoi vedere che Saviano è, alla fin fine, un grande produttore economico? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte…»

E da qui è un continuo susseguirsi di tanti «Caro Saviano», più un interessante riferimento alla figura di Paolo Borsellino, che, scrive De Magistris, è rimasto a Palermo perché voleva cambiare la città.

 

 

 

 

A prima vista sembrerebbe un annuncio di lavoro come tanti ne vengono pubblicati ogni giorno sul web, ma quello del titolare della società ‘Bokers della Vacanza S.r.l.’ della città di Marcon, in provincia di Venezia, ha qualcosa di diverso: è scritto in dialetto veneto, con tanto di accenti e marcature linguistiche, mentre l’italiano occupa solo una posizione secondaria. La posizione lavorativa in oggetto è quella di Impiegato commerciale e a tutti gli eventuali candidati si richiede conoscenza del ‘veneto’ più il diploma di scuola superiore. A questo requisito così particolare non poteva che seguire l’avviso di precedenza a tutti gli appartenenti alla «minoranza nazionale veneta», ovvero tutti i cittadini con la residenza nel Veneto.

Lo stravagante annuncio della società rientra però perfettamente entro i termini razionali, l’anno scorso infatti la Regione ha approvato la legge che riconosce i veneti come una ‘minoranza nazionale’, in base ai dettami della Convenzione europea sulle minoranza. Il Veneto, dal canto suo, non è nuovo a fenomeni di tipo indipendentista: nel 2014 furono arrestati 24 secessionisti con tanto di carro armato artigianale mentre da diversi anni si sono formati comitati di autonomia simili a quelli già presenti nel Südtirol.

Si chiama Rachele Risaliti, ha  21 anni, abita a Prato in Toscana ed è arrivata a Miss Italia come Miss Miluna Toscana. La giovane pratese è stata incoronata più bella d’Italia superando la ventiduenne campana Paola Torrente. Alta un metro e settantasette, capelli biondo cenere, Rachele Risaliti frequenta all’Università il corso di laurea in Marketing Management e nel corso della trasmissione si è mostrata interessata a temi di attualità, compresa la ricerca del lavoro da parte dei giovani. La ventunenne pratese pratica ginnastica ritmica di livello agonistico dall’età di 10 anni e pochi mesi fa, quando è stata nominata Miss Miluna Toscana scriveva su Facebook:  “Ansia, emozioni, fatica. E poi una grande felicità e soddisfazione.”

La trasmissione Miss Italia,  che da alcuni anni va in onda su La 7, si è conclusa poco prima delle due del mattino ed è stata seguita da moltissime persone sui social network raggiungendo record di hashtag su Twitter #MissItalia.

L’anno scorso ci avevano provato in più di sessantamila, e solo 9.530 avevano avuto accesso al corso di Medicina e Chirurgia. In pratica 1 su 6, ma è andata certamente meglio rispetto a chi ci ha provato gli anni passati, quando il numero degli iscritti alla prova raggiungeva quasi gli ottantamila facendo salire il rapporto a 1 vincitore ogni 10 candidati.

Quest’anno invece le cose cambiano. Il decreto  pubblicato dal Miur oggi stabilisce che ci saranno oltre 700 posti in meno per le facoltà di Medicina per quanto riguarda il test di ammissione di quest’anno. E non solo. Anche Medicina Veterinaria subisce un forte taglio di nuove matricole: quest’anno a concorso ci sono il 30% dei posti in meno rispetto allo scorso anno.

Il contenuto del test

La prova di ammissione consiste nella soluzione di sessanta quesiti ai quali è possibile dare cinque opzioni di risposta, e sta al candidato individuare tra queste quella giusta scartando le conclusioni arbitrarie, errate e meno probabili. Il contenuti del test comprenderanno la cultura generale (2 quesiti), il ragionamento logico (20 quesiti), biologia (18 quesiti); chimica (12 quesiti); e 8 quesiti per quanto riguarda fisica e matematica. I programmi da studiare sono elencati in allegato sul sito del Miur.

La prova avrà inizio il 6 settembre 2016 alle ore 11:00, e sarà ogni università a comunicare ai propri candidati a quale orario arrivare per le procedure di registrazione. Per lo svolgimento del test sono assegnati 100 minuti. Le iscrizioni si possono fare online dal 4 al 26 luglio sul sito Universitaly, patrocinato dal Miur.