Su Eva Klotz e sul perchè l’Alto Adige deve ottenere l’indipendenza

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Società

Su Eva Klotz molte se ne sono dette. Leader del Süd-Tiroler Freiheit, il movimento politico per la libertà sudtirolese, e figlia di Georg Klotz, gregario dei BAS la Befreiungsausschuss Südtirol che esercitò la lotta armata contro lo Stato italiano negli anni ’60, la Klotz ha preso senza ombra di dubbio le ombre del padre e allo stesso modo ne segue la fede irredentista, che prevede di realizzare l’autodeterminazione del Sudtirolo, ovvero andare a referendum ed ottenere l’indipendenza.

In politica dal ’76, anno della morte del padre, nei primi anni ’80 decise di uscire dalle file del Südtiroler Volkspartei, che si era detto favorevole all’autonomia dell’Alto Adige all’interno del territorio italiano, un po’ come la Scozia per l’Inghilterra. E, in un certo senso, la più coerente è stata lei. Aderire alla linea del Südtiroler Volkspartei avrebbe voluto dire rientrare nei patti dell’accordo De Gasperi-Gruber in sostanza, cioè vedere il proprio Südtirol diviso tra mani italiane e austriache, con tanti saluti all’autodeterminazione.

Leben im Paradies

Eppure la storia, con il suo carico pesante, ci ha detto come sono andate le cose. Se essere italiani vuol dire condividere una cultura, una lingua, ideali e una speranza comune, la terra dell’Alto Adige italiana non lo è mai stata. Lo è diventata, invece. Poco dopo la Prima Guerra Mondiale, quando alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 l’Italia, che aveva vinto la guerra ed aveva occupato tutto il Tirolo fino ad Innsbruck, ottenne di estendere i suoi confini con la soluzione detta dello “spartiacque”, ovvero di includere tutta la zona al di qua delle Alpi.  La soluzione, che pure rientrava nelle logiche di guerra, non teneva conto del fatto che qualcuno abitava le zone annesse, e precisamente un popolo germanofono che di italiano non aveva né folklore, né cultura.

Durante il Fascismo i sudtirolesi furono costretti all’italianizzazione, ovvero all’abbandono della loro lingua madre, il tedesco, per l’italiano. Anche la loro cultura fu oppressa. Inoltre nomi e toponimi furono italianizzati, e fu meditata anche l’italianizzazione di tutti i cognomi. Con l’avvento del nazifascimo agli altoatesini venne presentata un’altrettanta scellerato proposta: la cosiddetta “Grande Opzione”. Nel 1939 infatti, per risolvere la contesa sull’Alto Adige, Italia e Germania si accordarono per proporre alla minoranza sudtirolese di abbandonare la propria terra e le proprie case per trasferirsi in Germania. Chi non lo avrebbe fatto si sarebbe dovuto adeguare all’italianizzazione.

Quello che segue negli anni successivi alla guerra, è il risveglio della coscienza del popolo sudtirolese, che già dopo la Conferenza di Potsdam, che assegna all’Italia l’Alto Adige, vede la fondazione del Südtiroler Volkspartei e l’affermazione del sentimento di autonomia. Tale sentimento ebbe il suo culmine tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, con la formazione del Befreiungsausschuss Südtirol, il Comitato per la Liberazione del Sudtirolo, il quale scelse la lotta armata per manifestare la volontà di autodeterminazione. Oggi, mentre gli organizzatori degli attentati sono considerati criminali in Italia, in Alto Adige  vengono da molti celebrati, nuove vie vengono a loro dedicate, e molti li considerano eroi e liberatori.

E da queste piccole cose si vede il contrasto tra italiani e altoatesini. Ogni tanto poi sul Brennero compare qualche bandiera rossa e bianca con una scritta campata al centro “Südtirol ist nicht Italien” (Il Sudtirolo non è italiano). Questa è diventata per molti una frase simbolo. E come darli torto. Potremmo forse noi italiani abituarci mai ad un dominio straniero. Non lo abbiamo fatto con gli austriaci. Non lo faremmo neanche oggi.

Di fatto la volontà di autodeterminazione del popolo sudtirolese va rispettata. Invece, sempre più spesso, se uno di loro, come Eva Klotz, fa dichiarazioni alla stampa o mette piede in televisione, viene spesso apostrofato e la sua voce diviene oggetto di scherno e di ilarità. Perfino trasmissioni politicamente orientate a sinistra come quelle di Santoro hanno attaccato in più occasioni la Klotz e Arno Kompatscher. Anche Il Fatto Quotidiano si è scatenato, in più articoli, contro di loro.

Eppure non è forse il desiderio di autonomia sudtirolese lecito? A pensarci, lo è seriamente, ed in un certo senso era anche prevedibile che lo fosse. Io, che in Alto Adige ci ho passato i migliori anni della mia infanzia, non posso scordare come fin da subito quella terra meravigliosa mi ha stupito, non tanto solo per la sua bellezza, ma anche per il fatto che benché fosse considerata Italia, in realtà non lo fosse per niente. Quando li senti parlare tedesco, scopri che tutti si chiamano Walter o Wolfgang e altri nomi simili di origine tedesca, dispiace pure parlargli in italiano. Ma rispondono in modo molto cordiale: sono gentili. Ci sono tre scritte per ogni cosa dovunque: italiano, tedesco e ladino. Ti domandi perché le debbano scrivere tutte e tre. E’ una mole di lavoro in più: a me sembra confondermi.

 

2 Replies to “Su Eva Klotz e sul perchè l’Alto Adige deve ottenere l’indipendenza”

  1. Bablofil ha detto:

    Thanks, great article.

  2. Alberta ha detto:

    Complimenti, bell’articolo! Soprattutto perchè spiega relamente le ragioni del Sud Tirolo che di soprusi ne ha subiti molti.
    Qualche anno fa ho letto il libro di Eva Klotz “Georg Klotz-una vita per l’unità del Tirolo”, è un libro che dovrebbero leggere in molti,
    almeno per mettersi nei loro panni e capire le vere ragioni dei Sud Tirolesi (che io chiamerò sempre tali).

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