La scandalo della Biblioteca Nazionale

Da Redazione, in Società il .

Nel portale web della Biblioteca Nazionale la voce “Volontariato” rientra nella sezione delle Attività Formative. E’ da lì che tutto comincia. Gli aspiranti candidati vengono rimandati ad un modulo da compilare e da consegnare poi alla direzione. “Il volontariato” scrivono “è rivolto a quanti siano interessati a conoscere le diverse attività lavorative in Biblioteca, dai servizi al pubblico (accoglienza, prestito, informazioni bibliografiche, assistenza al pubblico) alle attività di catalogazione e soggettazione.

Attività che, nella biblioteca più grande del nostro Paese, hanno impegnato i volontari più a lungo di quanto si pensasse.  Non per i classici 6 mesi, ma per anni. Per meglio dire la Biblioteca fa affidamento su di loro per lo svolgimento degli ordinari servizi, in cambio un “rimborso spese” di 400 euro al mese, che possono chiedere solamente presentando scontrini (da qui il nome che si sono dati, scontrinisti). E non tutti hanno la fortuna di avere a che fare con i libri: c’è chi si ritrova fuori nei parcheggi a fare i biglietti per le auto. Il casello di entrata infatti è fuori uso.

Oggi però scendono in campo, perché quel posto lo stanno perdendo. I nuovi arrivi del Servizio Civile infatti mettono fine alla loro “collaborazione”, per una manodopera retribuita la stessa identica miseria, circa 433 euro al mese. Dal 30 giugno, nuovi aspiranti volontari, questa volta parte di un progetto ancora più grande, varcheranno i grandi portoni della BNC. Dal ministero, fanno sapere coloro che stanno perdendo il posto, è già arrivata una “nota di riflessione” sui costi delle convenzioni.

Alcuni di loro non vogliono esporsi, dicono di essere stati minacciati. Nella lettera di denuncia, pubblicata dal gruppo riunito su Facebook si legge: “Lavoriamo quattro ore al giorno, cinque giorni su sette, e, in vista delle festività invernali ed estive, dobbiamo presentare una richiesta ferie per assentarci. È evidente che la biblioteca fa affidamento su di noi per lo svolgimento dei servizi.”  Anche loro fanno parte, d’altra parte, di quella generazione detta “300 euro al mese”, ma a spremerli per bene non c’è un privato, nè un “padrino”, bensì un ente pubblico, il ministero stesso.