La lettera di De Magistris a Saviano: «Borsellino rimase a Palermo»

Ha il sapore dell’inverosimile la lunga lettera di Luigi de Magistris a Roberto Saviano, condivisa dal sindaco partenopeo sulla sua pagina Facebook. Leggendola, si riconosce da subito tutta quella moltitudine di considerazioni che riassumono il pensiero di molti napoletani sull’autore di Gomorra, sotto scorta dal 2006, in merito al fatto di approfittare delle vicende di cronaca nera di Napoli per speculare sulla città e sui suoi cittadini, per scrivere libri e per far soldi.

A scrivere il tema stavolta però è il sindaco. De Magistris, al vertice dell’amministrazione del capoluogo campano dal 2011 ha già un mandato alle spalle e soprattutto una carriera da magistrato, che non gli ha impedito però di scrivere a Saviano una pesante e conturbante lettera dai toni paternali che qualcuno oserebbe definire perfino allusivi. «Caro Saviano» inizia così la lettera di De Magistris, che si attribuisce il merito di aver combattuto la mafia in prima linea e fino ai vertici dello stato. Secondo il sindaco Saviano aspetterebbe solo che a Napoli si spari per accrescere il proprio successo.

«Come fai a non sapere, a non renderti conto di quanto sia cambiata Napoli ? Ce lo dicono in tantissimi. Tutti riconoscono quanto stia cambiando la Città. Napoli ricca di umanità, di vitalità, di cultura, di turisti come mai nella sua storia, di commercio, di creatività, di movimenti giovanili…»

A questa sua considerazione sul cambiamento odierno della città, De Magistris sembra decisamente voler attaccare la figura dello scrittore, ponendoli di fronte il reale significato della sua lunga ramanzina.

«Caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? […] Vuoi vedere che Saviano è, alla fin fine, un grande produttore economico? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte…»

E da qui è un continuo susseguirsi di tanti «Caro Saviano», più un interessante riferimento alla figura di Paolo Borsellino, che, scrive De Magistris, è rimasto a Palermo perché voleva cambiare la città.

 

 

 

 

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